Il Washington Post e lo storytelling dei robot
Alla vigilia delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, il Washington Post ha annunciato che parte dei report e delle informazioni più importanti sarebbero state affidate ad un’intelligenza artificiale che ne gestisse la pubblicazione online. L’annuncio ha destato molto interesse nel campo del blogging e non solo, portando i curiosi a cercare di capire come funzioni Heliograf, il cui uso è stato messo al servizio del blog e del profilo Twitter.
Si tratta di un software in grado di reperire le informazioni chiave sul sito di Stats.com e di integrarle in brevi sequenze narrative che ne esprimano contesto e logica, un po’ come fa un web copywriter. Naturalmente era comunque previsto un team di giornalisti che, affiancando Heliograf, si occupavano di fornire articoli molto più dettagliati sulla base delle prime notizie elaborate dal software.
Il funzionamento del robot è stato un successo, avendo adeguatamente prodotto più di 300 articoli sul blog e 600 aggiornamenti su Twitter, ma ha ovviamente avuto anche il risultato di sollevare una lunga discussione circa le potenzialità, i rischi e le prospettive future del cosiddetto automated storytelling. D’altronde l’argomento è decisamente rilevante, proprio perché gran parte della comunicazione umana fa affidamento sulla narrazione.
Si può anzi affermare che comunichiamo attraverso le storie e, in maniera sempre più marcata, stiamo facendo in modo che i computer si comportino similarmente – o che perlomeno tentino di farlo nel relazionarsi con noi. Ciò avviene grazie a particolari modelli di istruzioni che gli esperti di intelligenza artificiale possono impartire ai software, così da creare storie che possano apparire reali o fittizie e che trovino molte applicazioni nel campo dell’editoria e, come si vede, in quello del giornalismo.

Sfatiamo però subito uno dei primi timori: questi robot non faranno perdere il lavoro a nessuno. Forse, invece, potrebbero crearne di nuovo. Del resto sono spesso programmati per fare un lavoro meccanico, assolutamente poco interessante – che però va fatto – come produrre un semplice resoconto dei risultati sportivi della settimana.
Un algoritmo può fare questi lavori molto più efficientemente di un essere umano, maneggiando grandi quantità di dati che sarebbero insormontabili per un giornalista, e traducendole rapidamente in un testo chiaro e conciso, in grado di dipingere con semplicità la situazione generale e fornire ad un giornalista umano il materiale con cui lavorare più agevolmente.
Quello che ancora manca ai computer nel campo della scrittura – e non solo – è però la capacità di giudicare l’aspetto estetico di un testo. È difficile dire se mai si riuscirà a spiegare ad un robot la bellezza di una buona scrittura o del senso retorico di un testo, affinché lo impari; ma è certo che la sfida è aperta e per ora le prospettive sono molto interessanti.