Le tech company contro il Muslim ban. Bene, ma non benissimo
L’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti ha colpito tutto il mondo e, naturalmente, in primo luogo gli Stati Uniti. Può essere interessante, per gli argomenti toccati da questo blog, vedere la reazione delle più importanti tech company all’elezione del candidato repubblicano.

La Silicon Valley si era già schierata contro Trump a luglio 2016. 140 esponenti di primo piano di molte società informatiche avevano infatti firmato un documento fortemente critico nei confronti di Trump. Tra i firmatari figuravano ad esempio Steve Wozniak, co-fondatore di Apple, e Evan Williams, co-fondatore di Twitter. Su Web Crew avevamo invece già parlato di Sheryl Sandberg, la ‘numero due’ di Facebook, che aveva apertamente appoggiato la candidatura di Hilary Clinton. Per non parlare del botta e risposta tra Trump e Bezos di Amazon.
Avvenuta l’elezione le reazioni nella Silicon Valley sono state anche molto dure. “E’ lo stesso che provò la gente quando ebbe la sensazione che Hitler andava al potere?”, si domandava Mark Pincus, fondatore di Zynga. “Svegliatemi ora per piacere”, commentava invece Sam Altman di Y Combinator.
E l’opposizione della Silicon Valley a Donald Trump sta continuando anche in questi giorni in risposta al cosiddetto ‘Muslim ban‘, il provvedimento di Trump che ha proibito l’ingresso negli Stati Uniti alle persone provenienti da Iran, Iraq, Sudan, Siria, Libia, Somalia e Yemen, ha sospeso il programma di accoglienza dei profughi dalla Siria e, per 120 giorni, l’ammissione dei rifugiati.
Come è noto gli Stati di Washington e del Minnesota hanno intentato causa contro il provvedimento ed hanno ricevuto l’appoggio di sedici Stati, tra cui New York e la California. E’ sempre notizia di questi giorni che 97 tech company hanno presentato ad una Corte d’appello un documento in sostegno dell’azione intrapresa dallo stato di Washington. Tra loro Facebook, Google, Twitter e Uber.
Come si possono contare numerosissime prese di posizione nella Silicon Valley contro Trump, ci sono naturalmente notevoli defezioni. Ma qui naturalmente non è questione di dividere le singole aziende tra pro e contro Trump ma di cogliere l’atmosfera generale che si respira in Silicon Valley nei confronti del neo-Presidente. E quella è abbastanza chiara.
Nel corso degli scontri le dichiarazioni fatte da molti esponenti di primo piano delle tech company sono state sicuramente meritorie. Doverose, per molti versi, considerata l’importanza dell’immigrazione nello sviluppo del settore tecnologico degli Stati Uniti.
Eppure devo dire che il mondo hi-tech è talmente pieno di contraddizioni che ho accolto con un certo piacere l’articolo pubblicato ieri da Wired.
Nel pezzo di Wired si ricorda che la percentuale di impiegati bianchi in Adobe è il 69%, quella in Google il 59%.
Ma al di là della questione razziale – che comunque negli Stati Uniti è ancora una questione centrale – è proprio sull’idea di uguaglianza in generale che sembra proprio che le tech company non abbiano le carte in regola per presentarsi come il volto pulito degli Stati Uniti.
Non risulta infatti che la tecnologizzazione dell’economia abbia granchè aiutato la diminuzione della disuguaglianza nel mondo, risulta invece che otto uomini, tutti maschi e nessuno di colore, posseggono quanto 3,6 miliardi di persone. E tra loro ci sono Mark Zuckerberg di Facebook, Larry Ellison di Oracle, Jeff Bezos di Amazon e Bill Gates di Microsoft.
Direi sì bene, ma non benissimo.