La fotografia artistica nell’Ottocento
Che la fotografia possa essere considerata arte, oggi probabilmente nessuno lo contesterebbe mai. Eppure alle origini dello sviluppo del mezzo fotografico lo ‘statuto artistico’ della fotografia non era per nulla scontato. Charles Baudelaire, ad esempio, considerava la fotografia la ‘serva umilissima’ delle scienze e delle arti:

Se l’arte è riproduzione esatta della natura, cosa che il poeta non pensa, allora la fotografia è l’arte per eccellenza. E la fotografia permette una riproducibilità tecnica, industriale. Prosegue il poeta:
Sono convinto che i progressi male applicati della fotografia hanno contribuito molto, come d’altronde tutti i progressi puramente materiali, all’impoverimento del genio artistico francese, già così raro.
La fatuità moderna avrà un bel ruggire, eruttare tutti i gorgoglii della sua tonda personalità, vomitare tutti i sofismi indigesti di cui una recente filosofia l’ha rimpinzata a crepapelle, ciò va inteso nel senso che l’industria, facendo irruzione nell’arte, ne diviene la più mortale nemica, e la confusione delle funzioni fa si che nessuna sia compiuta a dovere. La poesia e il progresso sono due ambiziosi che si odiano d’un odio istintivo, e, quando s’incontrano sulla stessa strada, bisogna che uno dei due serva l’altro. Se si concede alla fotografia di sostituire l’arte in qualcuna delle sue funzioni, essa presto la soppianterà o la corromperà del tutto, grazie alla alleanza naturale che troverà nell’idiozia della moltitudine.
Bisogna dunque che essa torni al suo vero compito, quello di essere la serva delle scienze e delle arti, ma la serva umilissima, come la stampa e la stenografìa, che non hanno ne creato ne sostituito la letteratura. Arricchisca pure rapidamente l’album del viaggiatore e ridia ai suoi occhi la precisione che può far difetto alla sua memoria, adorni pure la biblioteca del naturalista, ingrandisca gli animali microscopici, conforti perfino di qualche informazione le ipotesi dell’astronomo; sia, insomma, il segretario e il taccuino di chiunque nella sua professione ha bisogno d’un’assoluta esattezza materiale, fin qui nulla di meglio. Salvi pure dall’oblio le rovine cadenti, i libri, le stampe e i manoscritti che il tempo divora, le cose preziose di cui va sparendo la forma, che chiedono un posto negli archivi della nostra memoria: sarà ringraziata e applaudita.
Ma se le si concede di usurpare il dominio dell’impalpabile e dell’immaginario, e di tutto quello che vale solo per quel tanto d’anima che l’uomo vi mette, allora poveri noi! So bene che parecchi mi diranno: «La malattia che siete venuto spiegando è quella degli imbecilli. Qual uomo, degno del nome d’artista, o che ami veramente l’arte, ha mai confuso l’arte con l’industria?». Lo so, eppure chiederò loro, a mia volta, se credono al contagio del bene e del male, all’azione delle folle sugli individui e all’obbedienza involontaria, forzata, dell’individuo alla folla.

Ma i primi fotografi artisti si sono occupati di smentire ben presto le conclusioni di Baudelaire, proprio seguendo il suo filo di pensiero. Perchè la fotografia può non essere solo riproduzione del reale e può quindi produrre immagini, non copie della realtà, che mal si adattano alla riproduzione seriale e asettica dell’industria.
Gli albori della fotografia
I primi cinquant’anni dell’Ottocento vedono susseguirsi rapidamente una serie di studi, invenzioni e scoperte, che porteranno all’elaborazione di varie tecniche per imprimere su supporto materiale le forme della luce. Agli albori la storia della fotografia ci mostra un’interessantissima commistione tra ricerca scientifica e artistica. Una ricerca appassionante che si svolge contemporaneamente in vari paesi occidentali.

I pionieri della fotografia seguono linee di studio autonome ma che spesso si intersecano. Gli studi più promettenti vengono pubblicati su riviste scientifiche e rapidamente si diffondono tra gli amatori di tutto il mondo. Ed è difficile non riconoscere una ‘bellezza’ anche a molti dei primi sperimentali tentativi. Sono infatti numerosi i casi in cui è effettivamente complesso derubricare a semplici rappresentazioni della realtà già i primi dagherrotipi e calotipi.
Del resto la fotografia si sviluppa a stretto contatto con il mondo dell’arte. I pittori utilizzavano già da molti anni la camera oscura per aiutarsi con le proporzioni e seguono con una certa attenzione i primi passi della fotografia. Ed alcuni, a differenza di Baudelaire, ne sono entusiasti:

Nel 1851 lo scultore inglese Frederich Scott Archer scopre un nuovo metodo per sensibilizzare lastre di vetro con sali d’argento mescolati al collodio. Il nuovo metodo sostituisce rapidamente il dagherrotipo e il calotipo e contribuisce alla diffusione popolare della fotografia. La fotografia diviene rapidamente un fenomeno di massa.è>
Questo clima di ricerca che coinvolge numerosi inventori, artisti, appassionati, in giro per l’Europa è tutto teso, soprattutto nei primi decenni, all’ottenimento di una immagine reale dei soggetti fotografati. La semplicità con cui oggi scattiamo fotografie non deve nascondere quanto sia complicato scovare il procedimento tecnico ottimale per imprimere immagini di luce su supporto materiale.
Una volta stabilizzatisi dei metodi semplici, rapidi ed economici, per ottenere delle fotografie di qualità, la richiesta di foto diventa naturalmente molto alta. Chi non vorrebbe almeno una foto?
Eppure a metà Ottecento le immagini fotografiche sembrano già volersi emancipare dal paradigma della mimesi del reale.
Fotografia allegorica
John Edwin Mayall fu tra i primi fotografi ad immortalare scene allegoriche. Nel 1843 aveva realizzato una serie di dagherrotipi per illustrare il Pater Noster. Cinque anni più tardì tradusse in fotografie la poesia di Thomas Campbell Il sogno del soldato.
Martin M. Lawrence espose alla Grande Esibizione del 1851 nel Crystal Palace di Londra un dagherrotipo (il cui autore materiale era in realtà Gabriel Harrison) con tre donne di differente età e lo intitolò Passato, Presente e Futuro.

David Octavius Hill e Robert Adamson realizzarono invece numerosi calotipi in cui dei loro amici mettevano in scena dei passi dei romanzi di Sir Walter Scott.
La stampa combinata
E’ nota come stampa combianta una tecnica che permetteva di combinare diversi negativi per ottenere una stampa. Venne utilizzata da principio per risolvere un annoso problema tecnico: il differente tempo di esposizione di cui avevano bisogno le diverse parti di un paesaggio per risultare realistiche. Il cielo e le nuvole richiedevano un tempo di esposizione più basso rispetto a molti particolari terrestri. Gustave Le Gray si servì della stampa combinata per i suoi paesaggi marini.

Oscar G. Rejlander, artista svedese, applicò questa tecnica ripetute volte per realizzare Le due strade della vita. Per arrivare alla foto finale Rejlander utilizzò trenta negativi e fotografò degli attori di posa a piccoli gruppi per poi montare assieme le varie parti dell’immagine.
E’ di Rejlander anche la prima fotografia ottenuta dalla sovrapposizione di due lastre: Tempi difficili (1860). Tra gli ammiratori di Rejlander figurava anche Charles Darwin che utilizzò alcune sue fotografie per illustrare L’espressione delle emozioni.

Criticatissima fu invece la stampa combinata di Henry Peach Robinson, pittore e acquafortista, dal titolo Fading Away. La foto, che mostra una fanciulla sul letto di morte, venne considerata di cattivo gusto.
L’influenza di Robinson fu comunque molta, sia come artista che come teorico. Scrisse infatti un manuale per fare fotografie artistiche, Pictorial Effect in Photography, che venne tradotto in tedesco e francese e ristampato varie volte.
Artisti e fotografia
Come già detto, gli intrecci tra artisti di ogni genere e fotografia furono subito molto forti e, per molti versi, il potenziale artistico dello strumento venne compreso prima dagli artisti che dai critici.
Era appassionato di fotografia Lewis Carroll, l’autore di Alice nel paese delle meraviglie.
Di Victor Hugo restano una serie memorabile di fotografie scattategli durante l’esilio nell’isola di Jersey dal figlio e dall’amico poeta Auguste Vacquerie.
Oltre a Delacroix, moltissimi pittori utilizzarono le fotografie come oggetto di studio. Dante Gabriele Rossetti commissionò varie foto per realizzare il suo dipinto La Rêverie. Lo stesso fece Courbet per il nudo di Lo studio dell’artista (1849). Millet riteneva utile la fotografia per lo studio dei particolari, come i drappeggi. I pittori della scuola di Barbizon utilizzarono e apprezzarono il cliché-verre. Jean-Baptiste Corot fu autore di sessantasei lastre realizzate con questa tecnica.
Julia Margaret Cameron
Nata a Calcutta nel 1815 e vissuta tra la Francia, l’India e l’Inghilterra, Julia Margaret Cameron si appassionò alla fotografia in età matura. Dalle sue foto traspare chiaramente un intento artistico, non ‘riproduttivo’. La fotografa violava apertamente tutte le regole di una corretta composizione e messa a fuoco, motivo per cui venne spesso criticata. Un passo di una sua lettera del 1864 all’amico Sir John Herschel suona come una dichiarazione di stile:

Molte delle fotografie della Cameron sono ritratti in costume di amici e familiari che mettono in scena passi letterari. Molti anche i ritratti di personaggi celebri che, ospiti di Julia e del marito (un funzionario inglese) nella loro casa di Freshwater Bay, si facevano convincere dall’appassionata fotografa a posare per dei ritratti: Herschel, Carlyle, Tennyson, Darwin, Browning, Longfellow, Millais, William Michael Rossetti…

Non sempre questi splendidi ritratti, particolari e fuori fuoco, venivano apprezzati dai soggetti. Carlyle commento così la sua fotografia:
Sembra che stia improvvisamente per parlare, è di una bruttezza spaventosa e desolantemente triste



