Scacco matto alla comunicazione di massa: Banksy a New York
Chi è Banksy?
Banksy è il più famoso street artist al mondo ed uno dei più importanti e discussi artisti contemporanei. Realizza, con tecniche diverse, le sue opere in luoghi pubblici, spesso sui muri. Si tratta quasi sempre di opere molto dirette, il cui messaggio è immediatamente fruibile ed ha spesso un contenuto politico. Le sue opere sono spesse volte ironiche e provocatorie e sempre strettamente legate al contesto in cui sono realizzate.
Non sappiamo però chi è Banksy, qual è il suo vero nome, né conosciamo il suo volto. Non sappiamo se è uomo, donna, se è un singolo o un gruppo di artisti.
Sin dagli esordi infatti Banksy ha scelto di restare anonimo. Tale decisione ha creato un certo ‘sconquasso’ sia nel mondo dell’arte che in quello dei media. Man mano che la sua popolarità è cresciuta le ipotesi e le indiscrezioni sulla sua identità hanno cominciato a spuntare come funghi su giornali e siti internet. Tanto da dar luogo a vere e proprie inchieste giornalistiche.
Nel 2008 un’inchiesta di un popolare giornale conservatore britannico identificava l’artista in Robin Gunningham, ipotesi recentemente accreditata da una ricerca di una università londinese. ‘Risolto enigma Banksy, è Robin Gunningham‘, titolava in brodo di giuggiole l’Ansa il 5 marzo scorso.
Molti altri continuano invece a rispettare l’anonimato di Banksy, senza farsi troppe domande a riguardo. Gli abitanti di Bristol ad esempio, città natale di Banksy, da tempo ormai difendono l’anonimato del loro concittadino più noto.
Naturalmente, senza un outing esplicito di Banksy, l’identità dell’artista continua a restare dubbia nonostante le varie inchieste dei giornali.
Cosa rappresenta l’anonimato? Perchè la scelta di Banksy ha scatenato questa caccia all’uomo?
La storia dell’arte è naturalmente piena di ‘anonimi’. Lo stesso Omero, il poeta dell’Ililiade e dell’Odissea, è di fatto solo un nome dietro a cui potrebbe nascondersi un uomo, più uomini, o addirittura nessuno…
Ma la scelta di Banksy più che con riferimenti storico-artistici va inquadrata, credo, nella contemporaneità metropolitana e politica.
Mantenere l’anonimato è, in primo luogo, una precauzione importante per chi lavora al limite della legge. La street art ha del resto una lunga querelle con la giustizia e le forze dell’ordine, querelle che Banksy non manca di sottolineare, efficacemente, in più opere.
Come tutti gli street artist che non richiedono autorizzazioni per realizzare le proprie opere, Banksy rischia spesso (ancora oggi, anche a causa della scelta di restare anonimo) di venire arrestato. Ed ugualmente rischiano la distruzione le opere da lui realizzate, che infatti vengono spesso imbrattate, coperte, nascoste…

L’anonimato è però naturalmente anche una scelta deliberata, una presa di posizione, che colpisce particolarmente in un’epoca caratterizzata da un divismo diffuso e da una smaccata ‘voglia di farsi notare’. Il divismo, chiamiamolo così, sembra sempre più presente tra i giovani occidentali e sembra abbia trovato nei social media il proprio ambiente ideale.
Banksy, insomma, dialoga con la comunicazione di massa.
Come esempio di quanto la possibilità di restare anonimi possa colpire l’immaginario pubblico e di quanto l’anonimato possa essere una scelta programmatica, volevo citare due famosi casi politici recenti di anonimato. Il primo è quello del subcomandante Marcos, rivoluzionario messicano portavoce dell’EZLN che si è sempre presentato in pubblico coperto da un passamontagna fino alla sua simbolica morte, come personaggio e come simbolo, annunciata da lui stesso il 24 maggio 2014.
Il secondo è il celebre gruppo di hacktivisti Anonymous, nato intorno al 2003 dai meandri di 4chan.org.
Questi due esempi, che naturalmente non riguardano il mondo dell’arte, hanno però alcuni elementi di vicinanza con il caso Banksy. In tutti e tre i casi infatti ci troviamo di fronte a fenomeni di anonimato che violano le leggi sulla base di una scelta consapevole, etica e politica. In tutti e tre i casi si tratta di persone/personaggi non chiaramente identificabili ma sicuramente appartenenti alla ‘sinistra’ politica. Inoltre, tutti e tre i casi hanno, con modalità diverse, colpito l’immaginario pubblico e ‘bucato’ in qualche modo la comunicazione di massa divenendo dei ‘fenomeni’ da trattare nei media main stream.
New York, New York
Durante tutto il mese di ottobre del 2013 Banksy ha realizzato un’opera al giorno per le strade di New York. Better Out Than In è il nome dato dall’artista all’intera performance.
New York è la città simbolo sia dell’arte di strada che dell’arte contemporanea. Banksy ha affrontato la sfida della Grande Mela armato di stencil e di un piano decisamente geniale.è>
Per l’intero mese il sito di Banksy ha postato le fotografie delle opere appena realizzate, riconoscendone la paternità e dando alcuni indizi sull’ubicazione. Le fotografie erano talvolta accompagnate dalla voce registrata dell’artista, un’ironica guida per le strade del più grande museo a cielo aperto del mondo.
Come ha reagito New York all’operazione di Banksy? In tutti i modi possibili. Per un mese è successo praticamente di tutto.
La caccia alle opere proposta da Banksy ha colpito nel segno. Appena l’artista pubblicava un’opera, centinaia di persone si riversavano in strada per scovarla e – spesso – per farsi un selfie prima che venisse distrutta da qualcuno. Le telecamere delle maggiori televisioni non sono sfuggite al meccanismo messo in piedi dall’artista di Bristol ma, anzi, lo hanno fomentato. Appena una nuova opera veniva scoperta, uno stuolo di telecamere accorreva per riprenderla e per catturare le reazioni delle persone.
Twitter e Instagram sono stati invasi da foto di Banksy e da messaggi di utenti alla ricerca delle opere.

Buona parte delle opere è stata coperta con vernice o cancellata, molte sono divenute preda delle tag di altri graffitari in cerca di notorietà (spot joking).
L’opera dell’8 ottobre (la scritta “I have a theory that you can make any sentence seem profound by writing the name of a dead philosopher at the end of it – Plato” su una porta) è stata prima coperta e poi venduta all’asta dai proprietari della porta. La ‘sfinge’ realizzata il 22 ottobre è stata caricata su un camion da alcuni operai che lavoravano nelle vicinanze e che ne hanno affidato la vendita a Stephan Keszler, un noto gallerista che non si fa scrupolo di smurare opere di Banksy in giro per il mondo per rivenderle all’asta. L’opera del 10, realizzata a Brooklyn, è stata coperta da alcuni ragazzi che hanno chiesto 5 dollari a persona per ogni foto scattata all’opera. L’ultimo giorno si è rischiata la rissa in strada tra dei ragazzi che provavano a prendere l’opera (un gonfiabile con su scritto ‘Banksy!’) e la folla inferocita.

I social intrappolati nell’arte
I social network sono uno dei simboli della contemporaneità. Utilizzatissimi, hanno cambiato il nostro modo di comunicare e di relazionarci.
Ma cos’è un social network? Fondamentalmente una piattaforma che permette l’agevole produzione di contenuti da parte degli utenti. Una piattaforma vuota, senza indirizzo editoriale, senza autorevolezza. Eppure la partecipazione massiva degli utenti a queste piattaforme li trasforma in una specie di ‘mondo virtuale’. Un mondo di sole immagini e parole che contiene i nostri messaggi, le nostre foto, i discorsi privati ed anche il tipo di relazioni che allacciamo; relazioni che sono – finchè si è su un social – sempre mediate dalle funzionalità messe a disposizione dalla piattaforma.
I grandi social sono delle realtà decisamente ‘vaste’ e tendono ad inglobare tutto ciò che possono, allargandosi il più possibile.
L’operazione artistica di Banksy ha sicuramente sfruttato i social network in modo consapevole e quasi, almeno all’apparenza, spensierato. Ma non è mai stata inglobata dai social. Per partecipare occorreva comunque uscire – di casa e da internet – per fruire le opere. Meglio fuori che dentro, appunto.
Se i social non hanno ‘mangiato’ Banksy, è quasi vero il contrario. L’essenza dei social è infatti entrata direttamente dentro la performance. La rapidità di veicolazione delle informazioni, i selfie, le discussioni su Twitter (e anche le televisioni, i giornali…), tutto in effetti ha fatto parte di questa operazione artistica. Per un mese a New York Banksy è stato ovunque. O meglio, visto che Banksy esiste e non esiste, l’operazione artistica di Banksy per un mese ha racchiuso, inglobato, tutta New York, con tutti i suoi quartieri, le sue televisioni, i suoi giornali, i suoi social…
E questo è uno scacco matto.
