Adriano Botti, Tessera Viva: «Una buona storia può attraversare formati, lingue e generazioni»

Dal 1994 Adriano Botti lavora nel multimediale, accompagnando il passaggio dal CD-ROM al DVD, a Internet e oggi alle piattaforme di serie verticali. Segue personalmente l’intero processo produttivo delle sue storie — ideazione, sceneggiatura, immagini, voci, musica e montaggio — fino al prodotto finito, spesso lavorando in white-label sotto il marchio di chi lo commissiona, per clienti italiani e per produzioni destinate al mercato francese. È anche l’ideatore di Tessera Viva, un formato che collega oggetti fisici — medaglie, monete, piccoli ricordi da conservare o regalare — a contenuti digitali tramite QR Code e NFC: storie, personaggi, immagini, voci e musica che restano accessibili e possono continuare a crescere anche dopo che l’oggetto è arrivato a casa.

Lo abbiamo intervistato per la rubrica Vita da freelance perché il suo è un percorso che attraversa da più di trent’anni quasi ogni cambio di tecnologia nel modo di raccontare storie, restando fedele a una domanda di fondo: quale storia vale la pena raccontare. Botti racconta come nasce l’idea di Tessera Viva, qual è la sfida più difficile nel mantenere coerenti i personaggi lungo un intero film, cosa significa firmare un progetto con il marchio di un altro e quale consiglio darebbe a chi oggi si affaccia alla produzione audiovisiva indipendente con budget limitati.

Lavori nel multimediale dal 1994: cosa è cambiato di più nel modo di raccontare storie attraverso il video, e come si è evoluto il tuo approccio in tutti questi anni?

Per me, l’essenza del raccontare storie è cambiata poco. Le persone continuano ad amare una buona storia, personaggi che suscitano un’emozione e vicende che fanno venire voglia di seguirne lo sviluppo.

Dal 1994 ho accompagnato il passaggio dal CD-ROM al DVD, a Internet e, oggi, alle piattaforme di serie verticali. Ogni formato richiede adattamenti di ritmo, durata e linguaggio. Ma considero questi media come strade per far arrivare una storia alle persone. Una buona storia può attraversare formati, lingue e generazioni.

Sono cambiate moltissimo le possibilità produttive. Oggi dispongo di strumenti che mi permettono di sviluppare personalmente un’idea fino al film finito, con una libertà che prima richiedeva una struttura molto più grande. La mia esperienza mi aiuta proprio a scegliere come utilizzare queste risorse per ogni progetto. La tecnologia evolve; la domanda che mi guida rimane la stessa: quale storia vale la pena raccontare?

Tessera Viva collega oggetti fisici a contenuti digitali: come nasce l’idea di questo formato, e qual è stata la sfida più grande — tecnica o creativa — nel realizzarlo?

L’idea ha preso forma a partire da una storia che ho creato su Castellabate. Volevo trovare un modo per collegare quel contenuto a un ricordo fisico, da conservare o regalare.

A Napoli, mentre cercavo un regalo per mia figlia, ho trovato medaglie e monete, oggetti che mi sono sempre piaciuti. Conoscevo già le possibilità del QR Code e dell’NFC e ho pensato: perché non unire le due cose? Così l’oggetto dà accesso a storie, personaggi, immagini, voci e musica. È in questo senso che lo considero un oggetto vivo: i contenuti possono continuare a crescere anche dopo che la persona lo ha portato a casa.

La sfida tecnica più grande nella produzione è mantenere la continuità dei personaggi. Il volto, i capelli, la voce e le caratteristiche di ciascuno devono rimanere coerenti per tutto il film. Gli strumenti stanno migliorando, ma raggiungere questa continuità richiede ancora riferimenti ben definiti, revisioni e correzioni in ogni scena.

C’è anche un’attenzione importante agli ambienti reali. Quando rappresento un castello, un faro, una spiaggia o un monumento storico, utilizzo riferimenti reali per costruire un modello visivo del luogo il più preciso possibile. La storia deve mantenere questa coerenza: il personaggio rimane lo stesso e il luogo conserva le caratteristiche che lo rendono riconoscibile.

Lavori spesso dietro le quinte, producendo contenuti sotto il marchio di chi ti commissiona il lavoro: cosa significa per te, a livello creativo, firmare un progetto con il nome di qualcun altro?

Per me fa parte del lavoro di un produttore indipendente. Chi commissiona un progetto ha un marchio, un pubblico e un obiettivo. Il mio ruolo è comprendere questa esigenza e trasformarla in un contenuto che funzioni.

Continuo a mettere la mia esperienza e le mie scelte creative in ogni fase. Lavorare sotto il marchio del cliente non riduce questo coinvolgimento. Richiede di saper ascoltare, interpretare una proposta e trovare il linguaggio adatto.

Ho i miei progetti autoriali e produco anche per altre persone e aziende. Sono rapporti diversi, ma la cura del risultato è la stessa. La mia soddisfazione sta nel vedere un’idea realizzata bene e nel costruire una collaborazione in cui il cliente possa fidarsi di ciò che consegno.

Nelle serie brevi segui l’intero processo, dall’ideazione al montaggio: qual è la fase a cui tieni di più, e perché?

L’ideazione della storia è la fase che mi coinvolge di più, perché è lì che tutto comincia a prendere senso. Chi è questo personaggio? Che cosa desidera? Perché qualcuno vorrà seguire l’episodio successivo? Queste decisioni orientano tutte le altre.

In una serie breve il tempo è limitato, quindi ogni scena deve contribuire alla storia. Un’immagine può essere bellissima, ma deve avere una funzione all’interno del racconto.

Mi piace molto anche il montaggio, perché è il momento in cui posso capire se ciò che avevo immaginato funziona davvero. Il ritmo, le pause, la voce, la musica e la sequenza delle immagini si incontrano lì. Seguire l’intero processo mi permette di mantenere un’intenzione dalla prima idea fino al film finito.

Lavori sia per clienti italiani sia per produzioni francesi: hai notato differenze nel modo in cui i due mercati chiedono o usano i contenuti video?

Posso parlare soprattutto dei progetti con cui ho un rapporto diretto, perché sarebbe difficile generalizzare su due mercati interi.

Nelle produzioni che realizzo per la Francia lavoro con serie brevi destinate alla distribuzione digitale. Questo richiede attenzione alla struttura degli episodi, alla continuità dei personaggi, alla durata e alla capacità di mantenere l’interesse lungo tutta la serie.

In Italia, i progetti che sto sviluppando e presentando hanno un legame maggiore con il territorio: storie locali, patrimonio culturale e oggetti collegati a contenuti multimediali. In questo contesto, la riconoscibilità del luogo e il rispetto della sua identità hanno un peso molto importante.

La differenza che percepisco riguarda soprattutto la finalità del contenuto. Una serie per una piattaforma e una storia legata a un territorio richiedono soluzioni diverse. Il mio lavoro comincia dal capire dove verrà utilizzato quel contenuto, per chi sarà realizzato e che cosa dovrà suscitare in chi lo guarda.

Che consiglio daresti a chi si affaccia oggi alla produzione audiovisiva indipendente, con budget spesso più limitati rispetto al tuo bagaglio tecnico?

Il mio primo consiglio è partire da una storia che sia possibile realizzare con le risorse disponibili. Un budget ridotto richiede delle scelte: pochi personaggi, ambienti ben definiti e un’idea che possa essere sviluppata con cura.

Consiglio anche di studiare narrazione, montaggio, suono e composizione. Gli strumenti cambiano rapidamente, ma queste conoscenze aiutano a valutare ciò che si sta producendo. Oggi l’intelligenza artificiale amplia moltissimo le possibilità di una produzione indipendente, ma resta necessario dirigere, scegliere, rivedere e dare coerenza all’insieme.

È meglio concludere un progetto piccolo e ben realizzato che lasciare un’idea enorme sempre a metà. Ogni lavoro terminato insegna qualcosa e permette di mostrare concretamente le proprie capacità.

C’è poi un aspetto professionale che merita attenzione fin dall’inizio: concordare chiaramente le consegne, le scadenze e il compenso. Chi produce deve costruire le condizioni per continuare a lavorare. Adattare un progetto al budget del cliente fa parte del mestiere; dare valore al proprio lavoro anche.