Vita da freelance: Paolo Bortolotti, graphic e web designer tra metodo e intelligenza artificiale

Paolo Bortolotti lavora da oltre vent’anni come graphic e web designer, da remoto dalla Liguria nonostante le origini siciliane. Con le agenzie lavora spesso «dietro le quinte», per via degli accordi di riservatezza sui progetti dei clienti finali: per questo non pubblica un portfolio, e preferisce raccontare il proprio metodo. Dal 2023 ha introdotto l’intelligenza artificiale nel proprio flusso di lavoro, dopo oltre vent’anni di esperienza «senza»: oggi la usa per bozze, varianti e verifiche rapide, riservando a sé la gestione, il controllo e la definizione del contesto.

Ritratto in bianco e nero di Paolo Bortolotti seduto a un tavolino con una tazzina di caffè

Oltre all’attività professionale, Paolo tiene corsi e workshop su sette temi diversi — dal marketing turistico all’intelligenza artificiale nei processi aziendali — con oltre cento edizioni e più di mille partecipanti. In questa intervista per la rubrica Vita da freelance racconta come lavora con le agenzie restando dietro le quinte, cosa è cambiato davvero nel suo metodo con l’arrivo dell’AI, cosa gli insegna il dover spiegare un metodo in aula invece di applicarlo da solo, e qual è l’errore più comune di chi lo contatta con la soluzione già decisa in testa, prima ancora di aver definito il problema.

Lavori per agenzie e PMI restando spesso «dietro le quinte» per via dell’NDA sui progetti: cosa significa non poter mostrare un portfolio dei tuoi lavori migliori, e come ti presenti comunque a un nuovo cliente?

Lavorare dietro le quinte fa parte del modo in cui lavoro con le agenzie. Dove c’è fiducia, mi hanno spesso messo in contatto diretto con il cliente finale, e ho gestito il progetto in prima persona, spesso con carta bianca, tenendo aggiornata l’agenzia. Per il portfolio, oggi, sembrerebbe vecchio: un portfolio datato racconterebbe più l’epoca che il lavoro. A un nuovo cliente preferisco far vedere chi sono, partendo da una stretta di mano e ascoltando le sue esigenze.

Hai introdotto l’AI nel tuo metodo dal 2023, dopo oltre vent’anni di grafica e web design «senza»: cosa è cambiato davvero nel modo di lavorare, e dove invece hai scelto di non usarla?

Prima del 2023 il lavoro aveva due fasi: la strategia e una lunga esecuzione. L’esecuzione era il collo di bottiglia. Potevo passare ore a trasformare un’intuizione in una proposta di design ricercata, per poi ripiegare su una soluzione più semplice anche solo perché il cliente non era pronto. Oggi parto dai mockup e dalle varianti: vedo subito l’impatto d’insieme, scarto in pochi minuti le strade deboli e arrivo dal cliente sapendo già quali obiezioni estetiche aspettarmi. Anche nello sviluppo conosco PHP, leggo il codice generato, faccio debug, controllo i log e verifico tutto sui dispositivi prima di consegnare. Con gli MCP, oggi — e domani chissà — l’AI lavora collegata direttamente agli strumenti, e su molti passaggi è più rapida di me: perché nasconderlo. Il mio lavoro è gestire, verificare, fornire il contesto; il limite è avere chiaro cosa voglio ottenere. Non la uso invece nelle email e nella comunicazione diretta e veloce.

Tieni corsi e workshop su sette temi diversi, dal marketing turistico all’AI nei processi aziendali: cosa ti insegna il fatto di dover spiegare un metodo, rispetto al semplice applicarlo da solo?

Quando applico un metodo da solo posso saltare dei passaggi, perché so già dove voglio arrivare. In aula non posso: le domande degli studenti mostrano subito dove il ragionamento dava qualcosa per scontato. Nei progetti, prima di disegnare o scrivere codice, cerco le lacune del brief: cosa manca, cosa è ambiguo. Ogni scelta di design la so motivare, perché davanti a chi non ha il mio background la motivazione è l’unica cosa che regge. Una cosa molto utile e interessante dell’AI è proprio questa: non dare nulla per scontato, un aspetto non banale che spesso si dimentica. Insegnare mi ha anche fatto vedere che gli stessi principi tornano in discipline diverse: quello che funziona nella UX funziona spesso anche nel copy e nel marketing, con un altro nome. Per un’agenzia significa meno fraintendimenti sul brief, e un interlocutore che sa spiegare perché ha fatto una cosa.

Sei siciliano e lavori da remoto in Liguria da oltre vent’anni: la distanza dai clienti ha mai pesato sul lavoro, o il digitale l’ha reso irrilevante fin dall’inizio?

Non ha mai pesato. Ho fatto anche il lavoro sul campo: quando gestivo una rivista curavo l’impaginazione e la parte commerciale, incontravo i clienti di persona, ho avuto uno studio aperto al pubblico. Lo studio significava interruzioni continue. Lavorare da remoto è stata una scelta di efficacia: mi permette di restare sereno, con un approccio zen, e questo porta beneficio ovunque. Essere siciliano, per me, senza voler essere retorico, è orgoglio di appartenenza: un modo di pensare fatto di tanti colori e sfumature.

Qual è l’errore più comune che vedi in chi ti contatta già con l’idea del sito o della grafica «pronta in testa», prima ancora di aver definito il problema?

Partire dalla soluzione. Arriva qualcuno con il sito o la grafica già decisi, ma il problema che dovrebbero risolvere non è definito. A quel punto nessuna proposta si può valutare nel merito, e la conversazione scivola spesso sul prezzo, perché è l’unica cosa rimasta da confrontare. Io comincio dal problema: vado a ritroso, chiarisco cosa deve risolvere il progetto, e solo dopo mi occupo del progetto vero e proprio. Quando il cliente riconosce il valore di questo lavoro, la collaborazione dura: con chi mi ha lasciato carta bianca ho lavorato a lungo, e sono stati i progetti migliori. Con le agenzie il lavoro passa da canali scritti — email, Slack, ClickUp — che preferisco alle telefonate o a WhatsApp, perché mescolano lavoro e vita privata e frammentano l’attenzione. Quando lavoro sono concentrato su quello che sto facendo, e sui canali scritti tutto resta traccia.

Cosa diresti a chi oggi si affaccia al design grafico o al web design, con l’AI già disponibile fin dal primo giorno?

A lezione faccio spesso un esercizio: prendo un progetto e lo guardiamo da più discipline. Come lo affronterebbe il web, come la grafica, come la musica o lo storytelling, e cosa ne direbbe il copywriting con Cialdini, Schwartz o Kahneman. Si vede subito che la psicologia che regge una headline regge anche una scelta grafica o un flusso di navigazione. Una preparazione profonda su tutto sarebbe impossibile: basta conoscere ogni disciplina quanto serve per sapere cosa chiedere, e l’AI rende questa conoscenza molto più accessibile di prima. Chi comincia oggi può ambire a una visione larga fin dall’inizio: è da lì che si dirige il lavoro, il software si imparerà strada facendo.