Intervista ad Andrea Ambrogetti, Content Specialist


Abbiamo intervistato Andrea Ambrogetti, copywriter e content specialist, per capire in che modo oggi gli specialisti del testo scritto possano opportunatamente lavorare all’editing e alla rifinitura dei testi generati da AI, e in generale collaborare con le aziende per affinare la comunicazione digitale.

1. Da dove nasce la specializzazione nella revisione linguistica professionale? C’è stato un progetto o un cliente che ti ha fatto capire che era questo il tuo campo?
Quando tre anni fa ho incominciato a collaborare, in qualità di “esperto della lingua italiana”, con alcune piattaforme di IA che incominciavano a generare risposte (allora piene di imprecisioni formali ed oggi in verità molto migliorate), ho capito che si stava aprendo uno spazio importante per gli adattamenti e le “umanizzazioni” delle formulazioni linguistiche generate dalle applicazioni automatiche proprio per renderle più coerenti e in linea con un uso adeguato della lingua italiana.

2. Come descriveresti in una riga la differenza tra un testo “corretto” e un testo davvero efficace in italiano?
Un testo corretto è laddove non ci sono errori grammaticali. Un testo efficace è fluido, scorrevole con l’utilizzo di termini e vocaboli non artefatti ma “caldi” per renderlo non solo comprensibile ma anche condivisibile.

3. Lavori molto su output di intelligenza artificiale: quali sono gli errori più ricorrenti nei testi generati dall’AI, quelli che si vedono subito a occhio esperto?
La ripetitività dei concetti, gli elenchi tripartiti, le continue forme oppositive ( non solo … ma anche …), l’intercalare (“Tuttavia …”). Tutti elementi che, soprattutto nei testi medio lunghi, emergono sistematicamente.

4. Tra siti corporate, e-commerce e dossier professionali, c’è un contesto in cui l’italiano sciatto fa più danni — dove il lettore lo nota di più o lo perdona di meno?
Ovviamente dipende dai pubblici potenziali a cui è rivolto il messaggio. Ad esempio: il sito di un’azienda di comunicazione con un italiano generico o chiaramente frutto di traduzione automatica trasmette superficialità; la descrizione di un oggetto in vendita online con un italiano approssimativo trasmette inaffidabilità; un dossier professionale con un italiano non impeccabile trasmette incompetenza.

5. Come si convince un cliente che i suoi testi hanno bisogno di un intervento, quando lui li considera già buoni?

Semplicemente con alcuni esempi: trasformando le frasi da “fredde” a coinvolgenti o mettendo in evidenza l’uso di locuzioni o vocaboli generici e superficiali.

6. C’è una parola o un’espressione che vedi abusata nei testi aziendali italiani — quella che ti fa alzare gli occhi al cielo ogni volta?
Ci sono parole o espressioni ormai diventate vuote – come “innovazione”, “prospettiva” o locuzioni che appesantiscono inutilmente come “in questo quadro” – che spesso sono generate non solo da un cattivo uso dell’italiano ma soprattutto dal non avere messo sufficientemente a fuoco quali siano le priorità da comunicare, finendo così per far percepire genericità e superficialità.

7. Un consiglio pratico per chi scrive testi professionali in italiano e vuole migliorare in autonomia, senza ricorrere a un revisore?
Ovviamente conta moltissimo la pratica e l’esperienza. Occorre anche essere consapevoli che esistono diverse tipologie di scritture: ideare un “claim” di comunicazione o un testo per un sito è diverso dal redigere un articolo tecnico-scientifico; scrivere una sceneggiatura è un universo completamente differente dall’ideare un dossier di progetto. Quindi direi: leggere molto, approfondire e padroneggiare le regole (in questo caso è bene dire “le regole scritte e non scritte” …) che disciplinano l’area specifica di scrittura che si affronta.