Federico Coletta, Direttore della Fotografia: «Ogni storia ha la sua luce»

Federico Coletta è Direttore della Fotografia e operatore di camera freelance, con base a Roma e nei Castelli Romani. Ha lavorato su produzioni di respiro nazionale per grandi brand — il documentario “Sotto il Cielo” per Storymakers e Barilla Group, uno spot McDonald’s, format per RAI e Cinecittà World — e su progetti più personali e di finzione, come il cortometraggio “Emptiness” e il videoclip musicale “Ménage à Trois”. Si occupa anche di regia multi-camera per eventi dal vivo, teatro e concerti, e cura personalmente il color grading in DaVinci Resolve Studio.

Ritratto di Federico Coletta, direttore della fotografia, in uno studio con attrezzatura video

In questa intervista racconta cosa cambia nel lavoro del direttore della fotografia quando il brief arriva da un grande brand rispetto a quando ha piena libertà creativa, come si costruisce un’immagine che “vende” un prodotto raccontando insieme un territorio — il caso del format “RADICI” per il Frantoio Vidili — cosa richiede dirigere una diretta multi-camera dove non si può mai rifare la ripresa, quanto pesa davvero il color grading sul risultato finale di uno spot o di un documentario, e che consiglio darebbe a un’agenzia che si affida per la prima volta a un direttore della fotografia esterno.

Hai lavorato sia su produzioni molto strutturate per grandi brand (il documentario “Sotto il Cielo” per Storymakers e Barilla Group, lo spot McDonald’s) sia su formati più personali, come il corto “Emptiness” o il videoclip “Ménage à Trois”: cosa cambia nel tuo modo di lavorare come direttore della fotografia quando il brief viene da un brand e quando invece hai più libertà creativa?

Con i grandi brand c’è una “brand bible” rigorosa da rispettare: palette cromatica definita, linee guida visive molto precise e un messaggio commerciale che non ammette ambiguità. In quel contesto la sfida entusiasmante del DOP è trovare la poesia e l’anima cinematografica dentro parametri stretti, trasformando i vincoli di brand in puro stile visivo. Nei progetti personali o di finzione come “Emptiness”, invece, il brief coincide con la visione emotiva del regista o con la mia: c’è totale libertà di osare contrasti più duri, ombre dense, movimenti di macchina più viscerali e scelte estetiche non convenzionali. Sono due palestre complementari: il rigore dei grandi brand ti dà metodo e precisione millimetrica; i progetti personali ti ricordano perché hai iniziato ad amare la luce.

In “RADICI”, il formato che hai curato come regista e fotografo per il Frantoio Vidili, il racconto deve vendere un prodotto e insieme restituire un territorio: come si costruisce visivamente un’immagine che fa entrambe le cose insieme?

Lavorando sulla verità della materia e sulla luce naturale, senza mai trattare il prodotto come un oggetto da studio asettico. In “Radici” non abbiamo “posizionato” la bottiglia d’olio: l’abbiamo inserita nel ciclo naturale da cui proviene. Abbiamo aspettato le prime luci del mattino tra gli ulivi secolari, inquadrato le mani segnate di chi raccoglie e la terra cruda, trattando l’acciaio del frantoio con la stessa dignità estetica del paesaggio. Quando mostri la cura artigianale e l’anima del territorio con uno sguardo cinematografico, non stai facendo una vendita urlata: stai creando un legame affettivo. Lo spettatore desidera quel prodotto perché si è innamorato del luogo e del rispetto con cui nasce.

Ti occupi anche di regia multi-camera per eventi dal vivo, come teatro e concerti: cosa richiede di diverso, in termini di preparazione e di gestione durante la diretta, rispetto a un set dove puoi sempre rifare la ripresa?

Nel live non esiste il “buona la seconda”: o la prendi o è persa per sempre. Per questo la preparazione è il 90% del risultato. Richiede uno studio meticoloso della scaletta, del disegno luci di scena e delle dinamiche teatrali o musicali, unito a un intercom continuo e calibrato con gli operatori. Durante la diretta serve una concentrazione assoluta e soprattutto capacità di anticipazione: devi sapere prima dell’artista quando andrà verso il pubblico, dove cadrà il fascio di luce o quando un assolo merita un dettaglio stretto. Il ritmo dello stacco di regia deve respirare insieme alla musica, esaltando l’emozione del pubblico senza farsi notare tecnicamente.

Il color grading, che fai con DaVinci Resolve Studio, è spesso il passaggio meno visibile per chi guarda il risultato finale: quanto pesa davvero, nel tuo lavoro, sulla riuscita complessiva di uno spot o di un documentario?

Pesa per il 50% dell’impatto emotivo finale. Il colore non è un “filtro” da applicare alla fine del montaggio: è drammaturgia visiva e inizia già sul set, quando decidi come esporre la camera RAW e come contrastare le luci sulla scena. In DaVinci Resolve Studio il lavoro va ben oltre il bilanciamento tecnico o il matching tra camere diverse: è scolpire la densità delle ombre, preservare la naturalezza e la tridimensionalità degli incarnati e guidare inconsciamente l’occhio dello spettatore sul punto focale. Un grading perfetto è quello che non si nota: chi guarda non deve pensare “che bella color”, ma deve provare esattamente l’emozione e il tono che quella storia richiede.

Hai lavorato anche per realtà molto diverse tra loro, da Cinecittà World ad AskMentor: cosa cambia, dal punto di vista visivo e narrativo, tra un parco a tema e un prodotto formativo, rispetto a uno spot pubblicitario classico?

Si adatta cambiando la relazione psicologica con chi guarda. Per Cinecittà World l’imperativo visivo è la meraviglia, l’adrenalina e l’immersione dinamica: la camera si muove, i colori sono vividi ed energici, l’obiettivo è farti desiderare di vivere quell’esperienza. Per una realtà formativa come AskMentor, all’opposto, la luce deve comunicare autorevolezza, calma e intimità: niente distrazioni visive, inquadrature stabili, contrasti morbidi che non affaticano la visione prolungata e mettono al centro il valore del contenuto. Il compito di un DOP non è imporre il proprio gusto personale a ogni costo, ma mettersi al servizio dello scopo finale del committente: ogni brand ha la sua temperatura visiva ideale.

Che consiglio daresti a un’agenzia che si affida per la prima volta a un direttore della fotografia esterno, per far rendere al meglio la collaborazione?

Coinvolgetelo fin dalla fase di ideazione e pre-produzione, non chiamatelo solo la sera prima per “venire a fare le riprese”. Condividete con lui il brief, le reference visive e soprattutto gli obiettivi commerciali del vostro cliente finale. Un DOP con metodo di set non è solo una persona con una bella macchina da presa: è un partner strategico che vi aiuta a scegliere le location giuste, a ottimizzare i tempi di piano di lavorazione e a far sembrare la produzione il doppio più ricca di quanto sia costata. E soprattutto: lavorate in trasparenza white-label. Quando il DOP è un alleato fidato, l’agenzia ha un reparto video interno di livello cinema senza doverne sostenere i costi fissi.