Il video più bello del mondo non basta: intervista a Italo Vazzana

Italo Vazzana è un videomaker con base tra Milano e Firenze, attivo in tutta Italia. Ha lavorato con RAI, Nokia, Pitti Immagine, Banca CF+ e Confcommercio, ma il suo percorso non si esaurisce nel lavoro su commissione: il documentario “70”, girato con una camera tascabile e dedicato a cosa succede alla produttività quando finisce l’età che chiamiamo produttiva, ha vinto un premio a un festival di Mosca. Da qualche anno ha dato al suo lavoro il nome di VAZ | Visual Art Zone, uno studio nato insieme al fratello grafico e appoggiato a una rete di collaboratori.

Lo abbiamo intervistato per capire cosa cambia quando un freelance smette di presentarsi da solo, cosa distingue davvero un video corporate per un grande brand da un evento più piccolo, e dove si ferma oggi il ruolo dell’intelligenza artificiale dentro un progetto video. La risposta più interessante, per chi lavora nel marketing, è probabilmente l’ultima sulle aziende: il video più bello del mondo, caricato su un canale che nessuno guarda, non serve a niente.

Hai iniziato come videomaker freelance ma oggi lavori anche con una tua rete di collaboratori sotto il marchio VAZ: cosa ti ha spinto a strutturarti così, e cosa cambia concretamente nel modo di lavorare rispetto a quando eri da solo?

Quando ho creato il brand VAZ | Visual Art Zone l’idea era di combinare la mia attività strettamente legata al videomaking anche alla grafica, statica e soprattutto animata: in quel momento avevo il mio sito da freelance e mio fratello aveva il suo da grafico. La scelta del nome è stata naturale, perché il nostro cognome è Vazzana. In generale questo passo mi permetteva e mi permette di presentarmi in un modo che rende chiaro il fatto di poter affrontare progetti anche più complessi di quelli che potrei fare da solo.

Lavori sia con grandi realtà (RAI, Nokia, Pitti Immagine) sia con clienti più piccoli: cosa cambia davvero nell’approccio a un video corporate per un brand strutturato rispetto a un evento più contenuto?

Tra un evento di una grande azienda e un evento minore la differenza sta a volte nella richiesta di riprese specifiche, magari a più camere e con più videomaker o fotografi. Poi c’è generalmente più urgenza nell’avere il risultato e più giri di modifiche (“rework”), anche perché a volte il check aziendale è multilivello: lo guarda qualcuno, dà un suo giudizio e poi lo passa a una figura superiore per un altro check.

Il documentario “70” ha vinto un premio a un festival di Mosca: da dove nasce quel progetto e cosa ti ha insegnato che poi hai portato nel lavoro commerciale di tutti i giorni?

Il progetto del documentario “70” nasceva dopo un workshop svolto in Serbia. Lì l’idea chiave che mi era rimasta impressa era che dobbiamo raccontare le storie che conosciamo. E cosa conosciamo meglio di ciò che ci è più vicino? E cosa ci è più vicino dei genitori? Così è partita l’idea che mi ha portato a riflettere sul concetto di produttività una volta che l’età che solitamente intendiamo per produttiva è passata. Ovvero la pensione. Di quel progetto mi rimane, oltre a quello che ho accennato — guardarci intorno se vogliamo raccontare una storia — anche un’altra cosa: lo strumento di ripresa è l’ultimo dei problemi, anzi a volte quello che potrebbe essere un limite è un punto di forza. Avevo una camera tascabile che nel lavoro mi era servita poco o nulla, ma che per nascondermi nella scena di quel documentario era perfetta. La naturalezza dei dialoghi e delle scene ne ha giovato tanto.

Tra i tuoi servizi proponi anche contenuti “AI”: come si inserisce oggi l’intelligenza artificiale nel tuo flusso di lavoro, e dove pensi che debba fermarsi il suo ruolo in un video?

L’intelligenza artificiale si è inserita bene, per ora fa la brava. Oltre a quella generativa, c’è da considerare che c’è anche quella inserita in diversi altri strumenti: la generazione dei sottotitoli, il miglioramento di un audio, la correzione dello sguardo di un intervistato. Tutte cose che aumentano la velocità del lavoro e lo alleggeriscono, senza influire sulle nostre decisioni creative. Per quanto riguarda l’AI generativa, quella che crea video da un prompt, nel mio lavoro può allargare le possibilità: se un cliente mi chiede uno spot girato sulla luna, il budget necessario sarebbe oltre le sue possibilità e le mie condizioni di ripresa a dir poco difficili. Ci sono poi casi meno impossibili in cui spot che prima si facevano davvero ora si generano al computer interamente. Nella pubblicità pura — lo spot tv o social — le cose potrebbero andare verso una scelta netta a favore dell’AI. Però per altri tipi di lavori, come la presentazione di un’azienda o il reportage, la realtà e quindi la ripresa rimarranno necessarie. Il regista insomma lavorerà anche con l’AI; le figure che ne risentiranno di più mi sembra siano più quelle del resto della troupe.

Qual è l’errore più comune che vedi fare alle aziende quando affrontano per la prima volta un progetto video?

L’errore comune di un’azienda in questo caso è quello di voler produrre un video senza un’idea chiara della strategia di comunicazione. Come arrivare a più persone possibili, o comunque a quelle che sono il tuo target? Se anche produci il video più bello del mondo e lo carichi sul tuo canale LinkedIn o YouTube senza farlo sapere, non serve a molto. C’è bisogno di chi fa anche quello: una web agency.

Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere la tua stessa strada, partendo oggi da zero?

Chi parte adesso deve capire cosa ama fare di più: solo riprese, solo montaggio, o tutti e due. Se sceglie di fare il videomaker, deve optare per saper fare diverse cose: prendersi cura dell’immagine, dell’audio, della grafica e — se è freelance — ovviamente anche della ricerca clienti e della parte gestionale, come la decisione dei prezzi e la fatturazione. Per quanto riguarda le riprese nello specifico, consiglio di allenarsi molto con cavalletti professionali, perché le riprese devono essere impeccabili. Anche se a dire il vero adesso c’è un po’ di margine, perché se non sono perfette le corregge l’AI.

Il messaggio comunque è che se scegli questo lavoro devi sapere che probabilmente non ogni giornata sarà memorabile, ma ci saranno cose belle: la realizzazione del video in sé, ma anche la conoscenza di persone in ambiti molto diversi.

A questo proposito ho anche scritto un libro che è una sorta di manuale in forma romanzata, che può interessare videomaker, marketer ma anche semplici lettori. Si chiama Tranne matrimoni e porno – Confessioni di un videomaker pronto (quasi) a tutto.

In più c’è la possibilità di viaggiare e, se non si è dipendenti ma freelance, una certa libertà nel decidere cosa fare del proprio tempo. Scusate se è poco.