Il Piano Strategico per il Turismo del Governo italiano

Il piano strategico per il turismo 2017 – 2023 che il Governo ha deciso di sottoporre al Consiglio dei Ministri dovrebbe, nelle intenzioni del ministro Franceschini, contribuire in modo sostanziale ad avviare un sistema di sfruttamento positivo sul settore più promettente dell’economia italiana, cioè il turismo. Gli introiti a livello nazionale (35,8 miliardi nel 2015) ci vedono infatti ancora sesti dopo Thailandia e Regno Unito. Un po’ imbarazzante per il Paese che detiene il record di elementi del patrimonio culturale dell’umanità secondo l’UNESCO.

franceschini

Se la volontà di intervenire su un settore di tale importanza è da salutare positivamente, è bene capire dove si è arrivati e soprattutto quale iter abbia avuto il progetto per un piano nazionale, visto che alla luce dei fatti ci sono non pochi dubbi circa la bontà del piano attuale.

Alle origini dei lavori odierni c’era il “Piano strategico per lo sviluppo del Turismo in Italia – Gennaio 2013”, elaborato dall’allora Ministro Gnudi, che venne al tempo salutato come il primo passo della ripresa da parte degli operatori turistici. Il Piano presentava diverse finalità mettendo l’accento sull’informazione dello status quo e offrendo statistiche attendibili che lasciarono increduli coloro che credevano che l’Italia fosse un leader in termini di competitività turistica.

Il problema – più che gli inevitabili rovesci della medaglia delle circa sessanta linee operative consigliate dal testo – era che il documento arrivò troppo tardi, presupponendo la creazione di un sistema di governance impraticabile. Il testo si trovava vincolato in questo senso dalla riforma costituzionale del 2001, che non attribuisce allo Stato competenze in materia di turismo. Di conseguenza le Regioni, che secondo il Piano Gnudi avrebbero dovuto avere un ruolo centrale nella gestione delle proprie questioni turistiche, rispedirono al mittente l’invito del Piano evidenziando l’improbabilità di modificare l’assetto delle competenze territoriali. Ma il colpo di grazia venne inferto dal termine anticipato della legislatura e dal cambio di Governo, che vide l’insediamento di Franceschini al MiBACT e che, come vedremo, comportò un cambio di rotta determinante per il rinnovamento del sistema di gestione del turismo in Italia.

Invece di lavorare sui punti deboli evidenziati dal Piano Gnudi – in particolare la questione delle competenze regionali – e provare a dargli un corso logico, il nuovo Ministero preferì scardinare l’impianto generale del testo ed orientarlo verso le tematiche dello sviluppo digitale, della promozione e della commercializzazione.

Il presupposto del nuovo approccio era centrato sul fatto che il turismo si riproduce in maniera caleidoscopica a seconda delle specificità territoriali ed aumentano le nicchie di mercato per le quali sono necessari interventi ad hoc. Per questo scopo viene istituito il Laboratorio per il Turismo Digitale (TDLab), introducendo elementi innovativi attraverso proposte mirate.

Peccato che già dopo poco tempo fosse chiaro che i lavori del TDLab producevano molto fumo e parecchia confusione. La strategia del “ricomincio da capo”, che spesso contraddistingue le scelte politiche italiane, non poteva d’altronde portare ad altro, soprattutto in un settore così bisognoso di cure.

Dopo la pubblicazione del documento di indirizzo del TDLab furono in molti ad aggrottare le ciglia, perché le idee contenute nel testo apparivano più come un assemblaggio arbitrario e poco realistico di buone pratiche diffuse nel mondo del turismo che un piano programmatico di azioni concrete indirizzate alla crescita economica. Non era affatto chiaro come si potesse porle in essere, complice la mancanza di quel cambiamento sul piano della governance che già aveva minato alla partenza le potenzialità del Piano Gnudi. I lavori del Ministero apparivano dunque come un ulteriore esercizio di stile destinato a non incontrare applicazione. Ed infatti, conclusi i lavori di ricerca, il TDLab venne sciolto a ottobre 2014 senza specificare con chiarezza in che modo si potesse dare un proseguo alle indicazioni raccolte.

colosseo Roma
Il Colosseo è il monumento più visitato d’Italia.

Il nuovo ed ultimo Piano Strategico per il Turismo, i cui lavori sono iniziati nel 2016, si trova dunque inserito nella linea cronologica di questi due precedenti interventi: un percorso certamente fatto più di ostacoli che di vantaggi. Per il nuovo Piano è stato siglato un accordo con Invitalia, che ha per questo ricevuto lo stanziamento di 1,5 milioni di euro con il compito di rielaborare “gli indirizzi strategici e le politiche per lo sviluppo del settore turistico”; Invitalia avrebbe dovuto affiancare i funzionari MiBACT ma in effetti sembra averli più che altro scavalcati.

Ora, a otto mesi dalla decisione, per il MiBACT il testo è già consolidato e pronto per essere sottoposto al Governo. Per gli operatori di settore invece c’è quanto basta per rimanere scettici, visto che ancora una volta sembra che il Piano venga redatto sulla base di buoni propositi che mancano di applicazione concreta nella complessa realtà italiana, che sta sensibilmente deteriorandosi. Non si parla ad esempio di tempi attuativi o di risorse a disposizione e non si può negare che i due precedenti elaborati di Invitalia su questioni di turismo non siano esattamente degli esempi di metodo: Italia Turismo e Italia Navigando sono infatti semplicemente scomparsi nel nulla.

L’obiettivo principale del nuovo Piano sarebbe di rilanciare la leadership italiana sul mercato turistico puntando sul potenziale ereditato del proprio patrimonio culturale, trasformando i grandi poli di attrazione, come Venezia, Firenze e Roma, in porte di accesso verso i territori minori e forme di turismo alternative. Ma le linee guida prodotte da Invitalia si riducono a una ventina di interventi, che costituiscono un imbarazzante confronto col testo del Piano Gnudi che, elaborato tre anni fa, ne prevedeva più di sessanta ed appariva paradossalmente più realistico e coerente.