Come trovare un bravo collaboratore (e come cucinare le sogliole)

Correva l’anno 2013. Per vari motivi, in quell’anno le commesse relative ai servizi di scrittura che abbiamo ricevuto sono cresciute vertiginosamente e in tempi rapidi. Io e Fabio da soli non potevamo sostenerle. Ci abbiamo provato. Siamo arrivati, in una memorabile settimana di gennaio, a scrivere nove articoli al giorno a testa.

Un delirio.

Sfiancato dalla tendinite, dal torcicollo e dalla nausea per Open Office, mi sono lanciato alla ricerca di collaboratori.

Pensavo fosse un compito relativamente facile. Di ragazzi che si definiscono copywriter ce n’erano, e ce ne sono tuttora, tantissimi. Speranzoso mi sono messo a vagliare curricula, a girare sui forum, sui mercatini, a lasciare appelli sparsi. In molti mi hanno scritto, a molti ho scritto io.

trovare collaboratori

Anzi, visto che sono in tema, vorrei ringraziare le centinaia di persone con cui ho parlato in quegli anni. Scambi talvolta rapidi, talvolta chilometrici. Quasi tutti, comunque, cortesi e interessanti. Grazie davvero.

Ho fatto del mio meglio per rispondere a tutti. Anche solo con un breve feedback. So di aver preso qualche buca: a qualcuno non ho risposto. Lo so. Perdonatemi.

E’ che la vita è più dura di come me l’aspettavo da bambino. Scusate.

Al di là delle mie personali mancanze, sviste, errori ecc., le difficoltà nel trovare le giuste penne sono state varie. L’accordo sul pricing, la capacità di rispettare le tempistiche pattuite, le competenze generali…

Mi sono rapidamente reso conto che trovare dei collaboratori non era semplice come immaginavo. E mi sono anche reso conto di essere più esigente di quanto pensavo. Pur non essendo sicuramente un grammar nazi (nazi poi suona male sempre e comunque), stranisco anche io.

Tipo, quando, la, gente, mette, troppe virgole. Che mica sei Saramago. Oppure, peggio, quando la gente sparisce.

Ho scoperto infatti che un sacco di copywriter hanno questa predilezione per la scomparsa. Svaniscono nel nulla, tipo The Leftovers. Ci si mette d’accordo su argomenti, prezzo, lunghezza, tempistiche… Tutto a posto. Poi però svaniscono.

“Ciao copy X, che fine hai fatto? Tutto bene?”. Niente. Nessuna risposta. Che uno si preoccupa pure.

Ci dev’essere una grande festa di copy scomparsi sotto al Triangolo delle Bermuda…

I casi però più straordinari in assoluto restano per me alcuni strafalcioni concettuali talmente immani da diventare simbolici, immagini autonome dotate di un significato loro proprio indipendente dal vero e dal falso, dalla grammatica e dalla sintassi. Immagini che indicano un Oltre indefinito.

Non parlo degli errori, quelli capitano. Ho scoperto per esempio che Leopardi è siciliano. Ci sta. Ce l’aveva in effetti quella prosa tipicamente siciliana.

Ho scoperto anche che l’auditorium di Roma è visibile dallo spazio e che per fare il pesto alla genovese si può fare a meno del basilico.

Non credevo, non si smette mai di imparare. Ma va bene, va bene. Va bene tutto. Capita.

Ci sono altre cose che invece no, non capitano. Ci vuole una fantasia particolare per partorirle. Ricordo per esempio una valente scrittrice a cui commissionai un articolo su un grave tsunami. Mi raccomandai varie volte.

“Mi raccomando, è un argomento delicato. Sono morte un sacco di persone. Va affrontato con grande sensibilità. Te la senti?”
“Sì, sì”, disse. “Ho pure visto un documentario”

Eh. Ha visto er documentario. Tuttappposto.

Nell’articolo riuscì a sbagliare tutto. Zona, numero dei morti, cause dello tsunami, dichiarazioni dei rappresentanti delle Istituzioni. E vabbè. Ci sta. Capita. Sarà colpa der documentario.
Poi però in coda c’era questa frase:

“La situazione è grave. La gente colpita dalla grande onda rovista ogni giorno tra le macerie. Le persone si aggirano come zombie tra i resti delle case, rubano quello che trovano, si ammazzano l’uno con l’altro senza nessun rispetto per le regole della morale. Occhi sbarrati e iniettati di sangue: queste sono le conseguenze della catastrofe”.

Capite bene quanto questa frase spiccasse nella mediocrità complessiva del testo. Non più errori e inesattezze ma un’immagine poetica dotata di autonomo valore estetico.

“Ti aggiri come uno zombie” è infatti diventata una frase cardine delle nostre conversazioni private.

“Come va?” – “Eh insomma, mi aggiro un po’ come uno zombie”.
“Che dice il cliente Caio?” – “Non saprei, si aggirava come uno zombie per la stanza”

Chissà che documentario s’era fumata. Fu colpa mia comunque. La mail di questa copywriter era una cosa tipo bamboccina.morbidosa@virgilio.it. “Beh simpatica lei”, pensai.

Mea culpa.

Tra le tante, l’altra immagine poetica che non posso non ricordare la scrisse una creativa copywriter autrice di svariati libri (in self publishing) altamente consigliata in una delle community più note del settore.

Le commissionammo un testo sulla cucina tipica dell’arcipelago toscano per un cliente che vendeva escursioni in zona. “Un testo sulla cucina tipica ci sta”, pensai. “Ma certo, nessun problema”, disse lei.

Nessun problema:

“Ma il piatto che più di ogni altro caratterizza queste straordinarie isolette è, ovviamente, di mare: la sogliola al branzino. Cucinata in diverse varianti a seconda delle tradizioni culinarie precipue di ogni isola, la sogliola al branzino è un piatto che non potete proprio non assaggiare!”

La sogliola al branzino.

Mannaggia la miseria.

Va bene. La storia della mia ricerca ha comunque un lieto fine. Perché nel tempo sono riuscito a trovare collaboratori bravissimi, puntuali, seri. Persone che mi sopportano da anni. Voglio ringraziarvi di cuore.

La prossima volta che venite a Roma offro sogliole al branzino a tutti.