19 gennaio 2011 - Pubblicato da Alka in Bacheca

Quando i miei validi colleghi hanno intitolato questo spazio virtuale “tech blog” sono andati ad infilarsi in una questione significativa.
“Tech blog” è espressione che indica nella lingua inglese un punto di riferimento per i nostri articoli. Ed è corretto perchè oggi il tecnico parla inglese.
Tecnica viene da tékhnē una parola greca che vuol dire arte, saper fare. Possiamo dire che la tecnica è la modalità con cui si arriva ad un obiettivo.
Il problema della tecnica è interessante, probabilmente fondamentale.
E’ un problema interessante perchè è una di quella questioni che segna il confine tra noi e il resto del mondo. Il problema della tecnica infatti si dà solo nell’uomo.
Non tanto perchè la tecnica sia di esclusiva competenza umana (compete anche agli animali, basta pensare alla maestria delle api o dei castori) e tanto meno perchè l’uomo è l’unico ad avere problemi. Ma l’uomo è l’unico a fare della tecnica un problema.
Gli animali, è noto, non pongono in questione il loro modo di operare perchè esso è già codificato in maniera efficace nei loro istinti. L’agire umano non è codificato da istinti.
E così, istintualmente carente com’è, per non soccombere, l’uomo non può fare a meno di imparare procedure tecniche (da come si costruisce una casa a come si cucina un buon riso). Un imparare, un conoscere razionale, che è innanzitutto un fare in maniera differente (nuove tecniche di costruzione e di cucina), ed in secondo luogo un ricordare quale dei tentativi è andato a buon fine e quale no. L’uomo non può fare a meno di ricordare i suoi successi, così come non può fare a meno di fallire in molti dei suoi tentativi.
Se il quadro tratteggiato non è completamente arbitrario, siamo, sin dagli inizi dell’umanità, legati alla sperimentazione più rischiosa e ad una libertà obbligatoria. Una libertà costretta a ridisegnare noi stessi sul mondo per non morire; ma soprattutto a ridisegnare il mondo su noi stessi, per essere certi che il mondo non ci uccida (immaginiamo in un mondo primitivo il problema vitale di una lancia non ben affilata prima di una battuta di caccia).
Quando poi la filosofia classica, alla ricerca di una inoppugnabile distinzione tra l’uomo e l’animale, definiva l’uomo “animale razionale” (e nel dirlo intendeva razionale anche, se non soprattutto, come “parlante”) sbagliava due volte. L’uomo infatti non è “animale” (cosa abbastanza evidente), ed uno dei motivi che lo distanziano notevolmente dagli animali è il fatto che nell’uomo manca il carattere istintuale che in un animale è necessario. Penso che quando nacque questa definizione (Aristotele), così importante per la nostra storia, la distanza tra gli uomini e gli animali era talmente grande da esser stata dimenticata. Andava giustificata nuovamente e non si trovò di meglio di segnare con la ragione l’abisso evidente tra l’uomo e gli animali, tra l’uomo e il mondo. Forse non si poteva trovar di meglio, ragionando, perchè la ragione avrebbe dovuto scoprire le sue origini non razionali.
La ragione e la tecnica iniziavano un lungo viaggio, mano nella mano. L’uomo si è creduto ragione ed ha pensato la tecnica come un insieme di strumenti per realizzarsi come tale. La ragione conduce il gioco e la tecnica, sua cara amica, la segue. Una delle storie dell’occidente.
Ancora oggi il pensiero dell’uomo come animale razionale resta forte e diffuso.
Ma il rapporto dell’uomo con i suoi strumenti si è, in molti casi, invertito. Lo segnala già Shakespeare (passo ripreso da Marx) parlando del denaro, nato come strumento a disposizione dell’uomo per facilitare lo scambio e divenuto un “dio visibile“, non più strumento, bensì un elemento capace di condizionare l’agire degli uomini:
“Oro? Oro giallo, fiammeggiante, prezioso? No, o dei, non sono un vostro vano adoratore. Radici, chiedo ai limpidi cieli. Ce n’è abbastanza per far nero il bianco, brutto il bello, ingiusto il giusto, volgare il nobile, vecchio il giovane, codardo il coraggioso…Esso allontana…i sacerdoti dagli altari; strappa di sotto al capo del forte il guanciale. Questo giallo schiavo unisce e infrange le fedi; benedice i maledetti; rende gradita l’orrida lebbra; onora i ladri e dà loro titoli, riverenze, lode nel consesso dei senatori. E’ desso che fa riposare la vedova afflitta; colei che l’ospedale e le piaghe ulcerose fanno apparire disgustosa esso profuma e prepara di nuovo giovane per il giorno d’aprile. Avanti, o dannato metallo, tu prostituta comune dell’umanità che rechi la discordia tra i popoli…”
E più oltre:
“Tu dolce regicida, o caro divorzio tra padre e figlio, tu splendido profanatore del più puro letto coniugale, tu Marte valoroso, seduttore sempre giovane, fresco, amato, delicato, il cui rossore scioglie la neve consacrata nel grembo di Diana; tu, dio visibile, che fondi insieme strettamente le cose impossibili, e le costringi a baciarsi! Tu parli in ogni lingua, per ogni intento; o tu pietra di paragone di tutti i cuori pensa, l’uomo, il tuo schiavo si ribella; e col tuo valore gettalo in una discordia che tutto confonda in modo che le bestie abbiano l’impero del mondo”
Si intravede l’inversione di un rapporto: non l’uomo utilizza il denaro ma il denaro (dio visibile) rende schiavo l’uomo. Quella colta già da Shakespeare è quell’inversione che ci ha portato dritti ad un mondo strutturato sulle esigenze della tecnica per cui “i mezzi giustificano i fini” e l’uomo come ragione viene guidato dalla tecnica che rivendica infine il suo carattere essenziale.
Frasi come “dobbiamo finanziare nuove opere pubbliche per creare lavoro”, che sono all’ordine del giorno, sono, a ben vedere, frasi possibili solo in un mondo capovolto in cui non si lavora per fare un ponte, ma si fa un ponte per dare lavoro: i mezzi giustificano i fini.
E’ il mondo serrato simbolizzato dal denaro, strumento “giustificatore” per antonomasia (uno dei moventi degli omicidi, senza troppo scandalo), e dal mercato. Il mondo in cui dal buon andamento del mercato globale dipendono le vite di milioni di uomini (non viceversa), il mondo della tecnica.
Auguri al nostro blog, barchetta variopinta nel mare magnum della tecnica.
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